In gioco c'è la scelta del suo successore

on Sabato, 02 Giugno 2012. Posted in La Piovra Cattolica

Giacomo Galeazzi e Francesco Grignetti
Città del Vaticano

In gioco, come è di tutta evidenza, ci sono gli equilibri più delicati del Vaticano. E lo scontro che si va consumando dietro il Portone di Bronzo riguarda la posta più alta che ci possa essere: la scelta del prossimo Papa. Così la leggono, almeno, gli analisti più fini. Secondo una lettura condivisa anche dall’«intelligence» italiana, è in corso una guerra di posizione tra almeno due schieramenti l’un contro l’altro armati. Da una parte la vecchia guardia, la diplomazia della prestigiosa scuola di piazza della Minerva (Sodano, Sandri). Dall’altra il nuovo che avanza: Bertone e i suoi fedelissimi (Versaldi, Calcagno, Coccopalmerio, Bertello). Che le munizioni siano documenti segreti che finiscono ai media, poco conta. Resta il fatto che i vertici della Santa Sede stanno smottando, una casella alla volta. Tutti gli «infedeli» debbono essere cacciati, nessuno deve rimanere in sella. Prima il segretario generale del Governatorato, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Poi il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi.



Non è un mistero che nel mirino dei «corvi» ci sia ora il segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Ieri il Pontefice ha esternato pubblica fiducia verso i suoi più «stretti collaboratori» proprio per puntellare la posizione del suo braccio destro. E’ la gestione bertoniana, però, che avrebbe scatenato la faida dentro la Curia vaticana. Un passo, in particolare. La nomina da parte del Papa di 22 nuovi cardinali nel concistoro del 18 febbraio. Erano mesi che se ne parlava nei corridoi del Vaticano. Ma quando si sono conosciuti i nomi, alla corrente ostile a Bertone è parso chiaro che gli equilibri nel Sacro Collegio stavano cambiando perché molti dei nuovi cardinali erano italiani e molti quelli considerati di osservanza bertoniana. E così un intellettuale cattolico che parla chiaro come lo storico Alberto Melloni spiegava fuori dai denti: «Ormai lo hanno capito anche i sassi, è dentro il cuore del potere curiale che si addensa il grosso delle tensioni e delle insoddisfazioni».



Certo, nel collegio cardinalizio la componente italiana è molto forte, ma da che mondo è mondo i cardinali non hanno mai votato guardando alla bandiera. Gli italiani hanno perso il conclave nel ‘78 e nel 2005 non perché fossero pochi ma perché erano divisi. La maggioranza nel prossimo conclave, dunque, è la vera posta in gioco. Ovvero gli equilibri tra le diverse cordate.

Il tutto in vista di una scadenza che è nella natura delle cose, considerando che Benedetto XVI ha compiuto 85 anni. L’accenno di ieri all’adempimento del suo ministero conferma che Benedetto XVI non ha la benché minima intenzione di dimettersi. Una proposta che il direttore del «Foglio» Giuliano Ferrara, tra gli altri, è tornato a prospettare in questi giorni. «Elucubrazioni giornalistiche», l’ha liquidata il portavoce vaticano Federico Lombardi. Lo stesso Ratzinger, peraltro, non aveva escluso l’ipotesi di dimettersi, nel libro-intervista «Luce del mondo», qualora non fosse più in grado di guidare la Chiesa per impossibilità fisica, psicologica o spirituale, ma aveva precisato che un comandante non lascia la nave nei momenti di difficoltà.



Intanto si annuncia ormai un nuovo concistoro, che si dovrebbe tenere a dicembre e che qualcuno Oltretevere chiama «di risarcimento» perché dovrebbe ristabilire gli equilibri destabilizzati dall’ultima infornata di porporati. Anche gli episcopati nazionali manifestano malumore per la sproporzione tra capidicastero premiati con la berretta cardinalizia e Chiese locali sottorappresentate nel Sacro collegio.


La tempistica della fughe di documenti fa pensare ad un piano predefinito, ma resta da vederne gli effetti. Quanto la «guerra dei veleni» all’interno della Curia romana può accrescere o diminuire le chance di ascesa al Soglio di Pietro di un candidato italiano dopo due pontefici stranieri? Uno scenario sotto osservazione dell’«intelligence» soprattutto da quando un papabile italiano (l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola) è in pole position per la successione. «Il Papa non è fuori dalla disputa, alla fine farà giustizia ed emergerà chiaramente chi avrà vinto e chi avrà perso in questa contesa», assicura un cardinale «mediano» tra le due fazioni in lotta. La commissione cardinalizia non fa sconti, tiene «audizioni» con monsignori e porporati, riferisce personalmente al Pontefice ciò che di più grave emerge. L’attenzione è focalizzata in particolare su un cardinale di Curia di lungo corso.



«I cardinali rispondono al Papa, se ci sono problemi seri che riguardano un cardinale sicuramente dev’essere coinvolto - spiega padre Lombardi -. Non può dipendere dal capo della Gendarmeria o dal magistrato inquirente se interrogare o meno un cardinale». La commissione d’inchiesta raccoglie testimonianze e informazioni su Vatileaks, ma è tutt’altro che risolta anche la partita-Ior. Nel «direttorio» della banca del Papa, i cardinali Nicora e Tauran hanno chiesto chiarimenti sulla sfiducia a Gotti Tedeschi. «Non poteva restare presidente: faceva scenate in consiglio e trattava male gli altri componenti laici del board», spiega un banchiere vicino a Bertone. Se l’orizzonte ultimo è il conclave, la tappa intermedia è la segreteria di Stato. A dicembre Bertone compie 78 anni e il Papa potrebbe sostituirlo per pacificare la Curia. A seconda se al suo posto andrà il ministro degli Esteri Mamberti (continuità) o Sandri (cambio di direzione) si capirà quale fazione ha avuto la meglio.

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